VORREI FARTI UN REGALO

“Per discernere la propria vocazione, bisogna riconoscere che essa è la chiamata di un amico” (CV 287) ci ricorda Papa Francesco. Chiedersi qual è la volontà di Dio sulla propria vita è sempre ritornare alla consapevolezza di un desiderio, da parte di Dio, di stare con noi. In questo sta l’originalità del cristianesimo: Dio non promette all’uomo un qualcosa, ma gli dona sé stesso.


Ecco perché anche il discernimento non è mai qualcosa di semplice ma richiede di mettersi sempre in discussione. La fatica, però, trova il suo ristoro nella consapevolezza che, se mi pongo la domanda sulla mia vocazione, non sto interrogando un oracolo. Oggi appare tutto più complicato rispetto al passato. Quando parlo con una persona anziana mi rendo conto della semplicità con cui si facevano tante scelte. Senza dubbio dietro a questa semplicità c’è stata anche tanta ingenuità, tanto rischio, tanto automatismo. Tuttavia c’era la consapevolezza di un "per sempre" che non faceva meno paura di quanto ne faccia oggi e la vita si affrontava, con tutto ciò che comportava, ma avendo sempre in mente che era un dono troppo prezioso da perdersi in troppi calcoli.


Abbiamo bisogno di farci le giuste domande, di crescere, di prendere le cose con cautela, ma teniamo presente che c’è Uno che lavora ogni giorno per noi e per la nostra felicità, anche attraverso ciò che sembra smentirlo sul momento. La vocazione primaria è seguire e amare il Signore, sapendo che Lui si presenta a noi come un amico che ci vuole fare un regalo. Prima ti dice "Seguimi!", poi di dice "Se vuoi, seguimi così!". Il così può prendere forma nel tuo cuore attraverso un desiderio, un dono che riconosci nel tuo cuore e che può essere per gli altri. “Prima di ogni legge e di ogni dovere, quello che Gesù ci propone di scegliere è un seguire, come quello degli amici che si seguono, si cercano e si trovano per pura amicizia. Tutto il resto viene dopo, e persino i fallimenti della vita potranno essere un’inestimabile esperienza di questa amicizia che non si rompe mai” (CV 290).


Questo processo del discernimento bisogna farlo con qualcuno, un fratello più grande nella fede che ci sappia ascoltare. Non c’è bisogno di ricorrere a particolari metafore per spiegare questo. Penso che basti il semplice bisogno che il nostro cuore ha di confrontarsi, di chiedere anche aiuto se serve. Certamente accompagnare qualcuno è un’arte delicata, in cui spendere tempo nell’ascolto, nella pazienza e nella misericordia. Chi si pone in ascolto di qualcuno per guidarlo ha in mente che il cuore di quella persona è un mistero e che in quel cuore ciò che conta è, come ricorda il Papa, “dove vuole andare veramente l’altro” (CV 294), che non è l’ideale da realizzare, bensì l’intenzione ultima, quella che, nella nostra povertà, ci permette di gridare al Signore “Salvami! Abbi misericordia di me”, per poterlo seguire e amare. Non ci sono per questo manuali o ricette pronte. Non è la vittoria dell’arbitrarietà, ma la rinuncia di una pretesa scientifica sull’opera dello Spirito.


Se siamo credenti, ricordiamoci che il Signore ha trasformato l’acqua in vino e ha promesso di trasformare i nostri cuori di pietra in cuori di carne. Forse tutto questo discorso può sembrare astratto per un giovane. In fondo chi di noi deve accompagnare qualcuno a fare un discernimento. Per questo ci sono tante brave persone che hanno un cuore capace di ascolto, ma anche noi spesso siamo chiamati ad ascoltare i nostri amici, a dare loro un consiglio. Cerchiamo quantomeno di non escludere Dio, di non vederlo come il terzo incomodo nella vita nostra e degli altri. Certo forse può essere imbarazzante, non troppo politically correct, ma credo aiuti anche a relativizzare certi problemi e a inquadrare tutto in un orizzonte più grande e più bello. Infine ciò aiuta anche noi a fare una piccola verifica sulla nostra vita, a chiederci "Dove sono ora? Cosa sto facendo?" per avere un contatto con sé stessi e, a partire da questa domanda, a chiedermi, almeno una volta, "Dove devo andare?".




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