PANE AMORE E…. GETZEMANI

Il segreto per fare un buon pane è sicuramente l’impasto. La mescolanza degli ingredienti, la lievitazione, la cottura, agiscono tutti sul quel pezzo di pane rendendolo finalmente “cibo”.

Ogni Uomo ha il suo “impasto”, Gesù ha il suo Getzemani!

Nell’ orto degli Ulivi, Gesù vive l’angoscia profonda del suo apparente fallimento, la morte imminente di un Dio solo e tradito. Poche ore prima, a cena con i suoi, si era detto “Pane”, adesso doveva diventarlo.

L’evangelista Giovanni utilizza il greco “tarassein” per indicare questo impasto tra il turbamento interiore, l’agitazione psicologica e l’affanno fisico di quel momento, tanto da fargli sudare sangue, tanto da avere l’anima triste fino alla morte. Il vescovo Isacco di Ninive nel VII secolo parla invece di un “inferno mentale” vissuto in questa situazione, quando cioè “un uomo non crede che possa più cambiare ormai niente della sua vita, la speranza e la fede sono scivolate fuori dalla sua anima la quale è riempita solo di dubbio e angoscia”.

In questi giorni di passione, Gesù non sfugge alla tentazione rabbiosa che gli gira intorno; anche Lui ha sperimentato il gioco terribile della Libertà dove il crocevia tra il bene e il male pressa l’animo di chi deve scegliere tra rimanere nella prova o darsi alla fuga. Cristo sceglie di rimanere e sperimenta così il limite profondo e radicale della sofferenza che lo rende veramente Uomo.

Nel Getzemani (in ebraico “gat schemanim”: torchio, frantoio), si “frantuma” quell’idea tutta nostra di un dio sopra le nuvole, oltre l’uomo, per rivelare la pienezza scandalosa dell’incarnazione: Dio si è fatto uomo in tutti i suoi aspetti, morte compresa.

Gesù si “impasta” così con la parte più infima della nostra anima, con la debolezza che questa pandemia ci mostra con impetuosa incredulità, con la nostra costante, disperata, finzione di essere altro da quello che siamo, si “stende” come pasta filante sui vuoti che cerchiamo tenacemente di compensare con stratagemmi lussuriosi o possessivi, su quella vergogna nascosta di un peccato che ci imbarazza, liberandoci così facendo da quella “muffa” che ci manda costantemente “a male”.

Questo è l’inizio della sua passione, intesa non solo come patimento e sofferenza ma come impeto d’amore, una passione amorosa, infinita, viscerale… per un cuore, quello dell’uomo, che adesso più che mai ha sete di Dio, fame di quel Pane spezzato ormai pronto per noi!

SKatana


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