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MA MI VUOI ASCOLTARE?

Chi non ha mai sentito qualche amorevole anziano criticare le nuove generazioni con frasi del tipo ‘Questi giovani d’oggi…’? Leggendo qua e là su internet, mi sono reso conto che si tratta di una costante storica. Non so, forse è un semplice pour parler che gli anziani usano, un po’ come le classiche conversazioni sul tempo quando non si ha nulla di cui parlare. Oppure in realtà queste parole manifestano una seria incomprensione, che spesso anche i giovani vivono nei confronti di sé stessi. La lettura dei punti 64-85 della Christus vivit affronta questo tema, quando il papa si domanda come siano i giovani oggi. Molta gente oggi non vive secondo quanto Gesù ha insegnato. Tra questi, tanti giovani avvertono nella Chiesa la pesantezza di mura troppo strette, perché forse si sono preferiti i principi alla relazione, i valori alla persona. Ciò non significa che bisogna vivere un atteggiamento in cui, a costo di salvare il salvabile, si scada nei semplicismi. Tuttavia dobbiamo rischiare di parlare di un Dio che è davvero Amore oltre ogni, e sottolineo ogni, ostacolo che l’uomo può porre, attivamente o passivamente. Certamente si tratta di una relazione circolare. Se la Chiesa è chiamata a farsi un esame di coscienza in termini di ascolto e accoglienza dei giovani, anche i giovani devono smetterla di andarsene senza spiegazioni. Dobbiamo avere il coraggio di dialogare con la Chiesa se qualcosa non ci sta bene, chiedere spiegazioni, non fermarci alle nostre elucubrazioni mentali o a quanto possiamo trovare su internet. Altrimenti si diventa due realtà divise da un muro di sordo plexiglass. Dobbiamo, come giovani, crescere su una cosa. Il mondo ci invade di stimoli, invitandoci a godere e ad assecondare il semplice istinto, semplicemente mettendo da parte la consapevolezza di avere un’anima. Eccallà… il solito moralista. Non è questa l’intenzione. Semplicemente sento che ogni tanto fa bene dubitare di sé stessi, chiederci: ‘Ma davvero penso di aver ragione in questo aspetto? Ma davvero ci ho capito tutto?’. Al punto 73, descrivendo la tragica varietà situazionale dei giovani del mondo, dopo aver parlato delle varie forme di violenza e schiavitù che tanti ragazzi e ragazze vivono, il papa scrive: «Molti giovani sono ideologizzati, strumentalizzati e usati come carne da macello o come forza d’urto per distruggere, intimidire o ridicolizzare altri». Certamente si tratta di un estremo, sebbene non siamo lontani, noi europei, da forme di strumentalizzazione e non riusciamo a rendercene conto. Questa non è né dietrologia, né complottismo. È una semplice verità la mancanza di libertà di tante persone. Non mi riferisco a nulla in particolare, ma sono tante le forme di credenza che un giovane può vivere ogni giorno, fosse anche quella in sé stesso quando da autostima si trasforma in un vedere il proprio punto di vista e la propria esperienza come misura assoluta delle persone e degli eventi. Questo non significa che un cristiano e, neppure un seminarista, sia libero da tutto questo. Nonostante ciò, nel mio piccolo, posso dire che riscoprirsi figli di Dio fa la differenza. In qualità di vita, in numero di sofferenze, in resistenza al dolore, in bravura, in simpatia? No! In amore... Il Vangelo ci ricorda che non serve essere grandi per amare, ma che è l’amore che ci rende grandi. E allora ci si rende conto che il valore di una persona non dipende dalla sua intelligenza, dalla sua bellezza, dal suo successo o dal suo savoir-faire, ma dal fatto che è immagine di Dio, chiamata ad una comunione con Lui, l’unica molla che ci spinge ad amare, magari non perfettamente, ma sicuramente con un di più. Il problema è che non ci rendiamo conto del valore di ciò che facciamo nel nostro piccolo, perché non crediamo che possa fare la differenza. Mi sono vergognato un po’ quando ho letto queste parole del papa al punto 76: «Invito ciascuno di voi a domandarsi: io ho imparato a piangere? Quando vedo un bambino affamato, un bambino drogato per la strada, un bambino senza casa, un bambino abbandonato, un bambino abusato, un bambino usato come schiavo per la società? O il mio è il pianto capriccioso di chi piange perché vorrebbe avere qualcosa di più?». Mi rendo conto che è davvero difficile aprirsi veramente alla misericordia, uscendo da quella indifferenza strutturale che ci appartiene. Ogni essere umano porta i propri pesi, più o meno grandi, ma questo non può essere un alibi per rimanere ancorati al piccolo microcosmo di sé stessi. Nell’ultima parte di questa sezione, dal titolo Desideri, ferite e ricerche, il papa compie una diagnosi riguardo ad alcuni temi che, oggi più che mai, rappresentano per alcuni un punto di non incontro, addirittura l’occasione per uscire dalla Chiesa. Ricordati, però, che Dio non smette di cercarti, perché insieme a te, desidera svelarti il mistero che sei. Cerca anche di comprendere l’intenzione della Chiesa. È vero, purtroppo abbiamo spesso preferito mettere timbri e apporre etichette, ma la tua umanità non smetterà di essere il luogo in cui Dio desidera porre la sua tenda, invitando anche te ad abitarla, nella conoscenza personale e nella relazione con Lui. Fanno scandalo le persone di Chiesa, preti e laici, che condannano gli altri direttamente o indirettamente. Anche queste persone hanno bisogno di misericordia, come ogni peccatore. La verità, la sapienza, invece, è sempre pura, pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia (cf. Gc 3,17). Non toglierti questo regalo, così come sei, con le tue ferite e le tue incomprensioni. Sarà Dio a farti capire, quando e come vuole, tutto ciò che in te chiede risposta agli interrogativi che ti bloccano.



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