La "zona rossa" della fede

C'è poco da girarci intorno: la mia esistenza, ciò che faccio, non dipende da me, «perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello». Il tempo che viviamo, inaspettatamente, ma inesorabilmente, ci fa accantonare i progetti, i programmi pastorali, le "settimane vocazionali", tutto ciò che con sudore si è organizzato. Cambia le nostre abitudini, il nostro vivere insieme, il modo in cui ci relazioniamo con amici, parenti, cambia il nostro modo di pregare, di vivere l'intimità con Gesù.

Già. Se il mondo si preoccupa del PIL, dell'economia, dei decreti e dei provvedimenti, il cristiano deve cogliere la provocazione che arriva proprio in questo tempo di Quaresima: quando la mia fede non si vive con le opere, «in iniziative di volontariato, cittadinanza attiva e solidarietà sociale, da accompagnare e incoraggiare per far emergere i talenti, le competenze e la creatività» (n.170), in oratorio, con i gruppi giovani, nei vari servizi di cui sono responsabile... che cosa resta del mio essere figlio amato? E quando anche non possiamo cibarci della «sorgente viva dell'Eucaristia, in cui il nostro pane e il nostro vino sono trasfigurati per darci la Vita eterna» (n.173), come coltiviamo il desiderio della salvezza? L'invito quaresimale risuona forte nelle parole di Gesù: «Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà». Quaresima, non quarantena; segreto, non segregazione; solitudine, non isolamento. Deve rimanere in noi il desiderio di «vivere la fede insieme ed esprimere il nostro amore in una vita comunitaria» (n.164), ma ora che non possiamo farlo fisicamente, dobbiamo davvero avere fede: che la nostra preghiera, insieme a Maria e tutti i santi, giunga come canto di lode gradito al trono celeste di Dio, giusto e santo, perché abbia pietà anche di noi peccatori.



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