LA VISTA

L’AGGANCIO CONTEMPLATIVO


Se l’udito è il senso più importante nella Sacra Scrittura e più in generale nella cultura semitica, diversamente, per la cultura classica e la filosofia greca il senso che la fa da padrone è proprio la vista. Non stupisce, infatti, che la vista sia il senso della conoscenza, quello che ci consente l’approccio con la realtà. E’ collegato con la verità delle cose, al rigore del sapere, proprio perché ci consente di rimanere a distanza da ciò che si osserva, evitando così il coinvolgimento degli affetti che, per il loro carattere invasivo, rischiano di falsificare o deformare le nostre conclusioni.


A uno dei più grandi filosofi greci vissuti prima di Socrate, Anassagora- del quale Aristotele diceva che tra i suoi compagni era come un sobrio in mezzo a una banda di ubriachi- fu chiesto: “Perché sei al mondo?”, la risposta fu: “Per vedere!”


Anche l’adolescente più rozzo, digiuno di ogni conoscenza filosofica, pone obiezioni al prete circa l’esistenza di Dio proprio perché non lo ha mai visto: collega istintivamente la conoscenza con la vista. L’ateo, infatti, non è colui che non vede, ma colui che crede di aver visto tutto: non esiste altro all’infuori della sua portata visiva. Diceva Pascal che “Dio ha messo abbastanza luce per chi vuole credere, ma anche ha lasciato abbastanza ombre per chi non vuole credere”.


Le cose non spariscono solo nel buio, ma anche nell’eccesso di luce: la trasparenza è l’opposto della trascendenza. San Tommaso diceva di parlare di Dio come di uno sconosciuto infatti, se la vista ci mette a contatto con la realtà delle cose, ci mette in contatto anche con il loro mistero. L’eccesso di esposizione fa di ogni cosa un prodotto, Dio si sottrae alla presa dell’uomo nascondendosi al suo sguardo, accendendo il desiderio di Lui. L’amore finisce quando si crede di aver visto tutto, quando tutto diventa noto, prevedibile: quando ogni mistero è sottratto alla vista.


Per lo psicoanalista Lacan l’amore è anamorfico ossia distorce la realtà, vediamo l’amato con una lente deformata. Al contrario, per la letteratura biblica è solo l’amore che ci fa vedere chiaro e ci da la possibilità di conoscere a fondo le cose. L’amore affina lo sguardo proprio perché chi ama intravede un segreto, un oltre, una bellezza celata. E’ il tema ricorrente del Cantico dei Cantici: due amanti che si rincorrono in un gioco di sguardi incessante O mia colomba che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso…”. San Tommaso con la sua spiccata capacità di sintesi la esprimeva così: “ ubi amor, ibi oculus, dove c’è amore lì c’è lo sguardo!


Nel bellissimo racconto “La schiena di Parker” di Flannery O’Connor (un’autrice statunitense purtroppo ancora sconosciuta al grande pubblico italiano, ma che meriterebbe maggiore attenzione) vengono raccontate le vicende di Parker “un ragazzotto che di solito guardava tutto a bocca aperta: massiccio, leale e ordinario come una pagnotta” che si converte mentre guarda un album di disegni dal suo tatuatore: “ Parker tornò all’illustrazione, la testa severa e senza rilievo di un Cristo bizantino, dagli occhi divoranti. Rimase a sedere, scosso da un tremito, e il cuore riprese lentamente a battergli, come se una forza inspiegabile l’avesse riportato in vita”. Il contatto con quegli occhi lo porteranno alla conversione, tatuerà quel Cristo sulla sua schiena e, curiosamente, potrà vederlo solo attraverso un gioco di specchi, quasi a riecheggiare le parole di San Paolo “Ora ti vediamo come attraverso uno specchio…”.


Il rapporto con Dio e con gli altri si nutre di sguardi sospesi nel mistero. Tanto che la perversione della vista è il peccato per eccellenza: l’invidia (in-videre, vedere in modo avverso). E’ la caratteristica del demonio, ciò che lo definisce, tanto che è l’unico vizio che non ha un corrispettivo virtuoso. Il diavolo è colui che ha un difetto nella vista! Ha uno sguardo incapace di meravigliarsi, di stupirsi: la bellezza ai suoi occhi genera rancore, rabbia, frustrazione. Chesterton diceva che dovremmo diventare degli “atleti oculari”: lo sguardo contemplativo ci preserva dal diventare dei demoni!


Arrivati a questo punto, forse, non stupisce che il fine di tutta la vita cristiana non è- come spesso si dice nella catechesi- l’amore, ma la conoscenza. Sant’ Agostino dice che “tutta la nostra ricompensa è vedere”, essere faccia a faccia con il Padre: è questa la vita eterna. Non lo vedremo più come attraverso una specchio, ma così come Egli è: “Questa è la vita eterna, che essi conoscano TeGv 17,3. La vita è il lungo viaggio per alimentare il desiderio di questa visione, di piantarlo nel cuore e scorgere nella penombra delle nostre giornate quel piccolo bagliore che ci apre al mistero.


La contemplazione non ha pace finchè non ha trovato l’oggetto che l’ha abbagliata

Roberto

PER APPROFONDIRE:


Per una “teologia dello sguardo”:

Roberta Vinerba, Alla luce dei tuoi occhi. Guarire l’amore attraverso lo sguardo, Cittadella

Fabio Rosini, L’arte di guarire. L’emorroissa e il sentiero della vita sana, San Paolo

Giovanni Cucci, I luoghi dell’umano. Tra complessità, fragilità, trascendenza, AdP


Sull’invidia:

Omelia Papa Francesco, Santa Marta, 9 Maggio 2020

Giovanni Cucci, Il fascino del male. I vizi capitali, Adp


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