LA TRAPPOLA EMOTIVA

Un monaco andò dal padre e gli chiese: “Padre, cos’è il peccato?”. Rispose: “La fretta”.


Nel linguaggio moderno regna la più assoluta confusione tra i concetti di “emozione”, “sentimento”, “stati d’animo”, “umore”, “affetto”, ecc..


Confondere questi movimenti della nostra interiorità significa procedere nella confusione più totale, considerando che, chi invece detiene le redini del mercato, della pubblicità e della comunicazione è perfettamente in grado di distinguerli e utilizzarli per i propri scopi, siano essi di comunicazione, persuasione o, più verosimilmente, di mercato.


In un recente articolo del Sole 24 Ore si fa riferimento a una ricerca della Bain & Company – una società di consulenza strategica americana con sedi anche in Italia e considerata una delle società di consulenza più ambiziose al mondo- sullo stravolgimento nella preferenza dei consumi dei così detti Millennials (i nati tra il 1980 e il 1995). Dall’indagine emerge che non sono i prodotti a voler essere consumati, ma le emozioni. Per stimolare gli acquisti, allora, è necessario fare leva sulle risposte emotive, non sui prodotti, i quali diventano solo strumentali: nient’altro che feticci.

I prodotti infatti hanno una tenuta temporale più stabile, le emozioni no: possono essere rigenerate continuamente. Il prodotto rimane mentre l’emozione è una scarica che si esaurisce presto. Suscitare una nuova emozione, allora, significa spingere ad un nuovo acquisto. Non si acquista più per bisogno, ma per il contenuto emotivo che quell’acquisto promette, per accedere a quello schock interiore che sembra darci nuova linfa vitale.


Le emozioni agiscono nella nostra parte inconscia, pre-riflessiva, irrazionale, nella quale l’intervallo stimolo-risposta si assottiglia, dando luogo a reazioni fulminee e istintive. Saper attingere al nostro patrimonio emotivo può rivelarsi una grande risorsa, tuttavia può rivelarsi una grande trappola quando queste agiscono in maniera occulta. Saperle riconoscere, distinguere e portarle alla coscienza può aiutarci a progredire nella conoscenza di noi stessi e del nostro posto nella realtà.


Al contrario i sentimenti sono stati interiori più duraturi, hanno una temporalità diversa rispetto alle emozioni: ammettono un’attesa. Mentre le emozioni sono legate al momento, i sentimenti sono persistenti. Hanno una portata più ampia: non sono necessariamente legate a un evento, ma hanno un deposito interiore più stabile.


Nella ricerca vocazionale, vale a dire, nelle scelte che facciamo riguardo la nostra posizione di fronte alla realtà, a noi stessi e a Dio, sono argomenti di capitale importanza. Non conoscere la propria interiorità è un lusso che non si può permettere chiunque intenda dare alla sua vita una direzione consapevole, a maggior ragione se questa scelta si nutre di un contenuto spirituale. Le nostre emozioni vengono continuamente sollecitate dagli inserti pubblicitari, nei discorsi politici, nella bagarre comunicativa allo scopo di avere consumi, consenti, ascolti.

Possono essere il guinzaglio che ci porta a spasso nella vita, sempre alla ricerca di un nuovo stimolo, di una nuova esperienza, di un altro brivido, impedendoci di sostare, attendere, riflettere: stati esistenziali, questi, decisivi per accedere a una scelta responsabile e ragionevole.


La vocazione non è un’ ulteriore scossa emotiva, una possibilità tra le altre per emozionarsi, un prodotto in grado di strapparci da uno stato di insistente apatia. E’ ben altro.


Spesso, prendendo in prestito le esperienze emotive, la vocazione è vista come un lampo, un fulmine a ciel sereno, la chance imperdibile in un frangente mistico. Ma questo non basta per parlare di vocazione, la quale ha bisogno di un tempo ampio, di un’esperienza assimilata. E’ una voce caparbia, un corteggiamento ostinato.


Il linguaggio dei sentimenti invece sembra essere più vicino alla realtà della vocazione proprio per il suo carattere duraturo, disteso, narrativo.

La vocazione è frutto di una storia, di un tempo esteso, di una capacità di lettura ampia e consapevole. Abbraccia un arco di tempo largo, richiede un’adesione responsabile, lontana dalle risposte di “getto” tipiche delle scelte emotivamente orientate.


La vocazione si realizza nella capacità di prendere in mano il proprio racconto, il proprio vissuto, e vederlo- finalmente- guidato dalla sapiente mano di Dio.


Roberto


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