LA BUONA CAUSA

La filosofia, per lo meno nella sua tradizione classica, intendeva la certezza della conoscenza come lo studio delle cause. Se dagli effetti si riusciva a risalire alle cause, allora si, avevamo la sicurezza di aver il contenuto di un sapere “scientifico”, affidabile e ben fondato. Aristotele rintracciò quattro tipi di cause: la causa formale, la causa materiale, la causa efficiente e la causa finale. La fortuna di questa “dottrina” è stata immensa e ha ispirato il pensiero Occidentale nelle sue più alte definizioni. Anche il pensiero cristiano ha attinto agli insegnamenti della filosofia greca sviluppando in questa direzione un pensiero teologico che ebbe il suo culmine con la sintesi di San Tommaso d’Aquino.

Per parlare di vocazione è necessario partire da queste premesse e spremere dai grandi pensatori il succo denso delle loro riflessioni, poiché da qui possiamo trarre indispensabili insegnamenti riguardo alle nostre domande di senso, la nostra ricerca di felicità e infine la nostra tendenza al compimento. Tuttavia per affrontare tutto questo -la nostra buona causa- dobbiamo parlare della causa finale.

Tutti noi notiamo che la realtà non si agita a casaccio in modo discontinuo e frammentario, ma si muove in una certa direzione, in maniera intenzionale e compatta. Notiamo un ordine, una regolarità, un “governo” che dirige le cose verso il loro compimento. Così l’albero di limoni non ci sorprenderà mai producendo patate, ne’ noteremo un sasso prendere il volo, ne’ tantomeno troveremo una pianta affondare le proprie radici per aria! Se è così per il mondo animale, vegetale e minerale con l’uomo le cose si complicano perché è l’unico essere dotato di libertà: “Dio creò l’uomo e lo mise in mano al suo volere” (Sir 15,14). Tutti noi sappiamo che le nostre azioni, i nostri comportamenti e le nostre scelte sono finalizzate: agiamo in vista di uno scopo, di un progetto. Il quale tuttavia non ci è imposto.

Tendiamo inevitabilmente al nostro più intimo compimento, a realizzarci come persone, a trovare uno sbocco reale ai nostri sogni e alle nostre ispirazioni, nutriamo desideri che ci vincolano e ci spingono. Le nostre scelte sono direzionate, ordinate a uno scopo: hanno una finalità. Tutto questo avviene sia che ne siamo consapevoli sia che ne siamo inconsapevoli. Anche l’inconscio infatti, così come è stato teorizzato per esempio dalla psicoanalisi, è una struttura dinamica che ha le sue leggi e procede secondo un ordine.

San Agostino nelle sue Confessioni al libro VI dice che: “mentre andavo riflettendo, tu mi eri vicino, udivi i miei sospiri, mi guidavi nei miei ondeggiamenti, mi accompagnavi nel mio cammino attraverso l’ampia strada del mondo”. Anche l’Agostino giovane, ancora lontano dalla fede, vede nel suo percorso una direzione, una guida, un centro verso cui è diretto: è Dio che lo accompagna! Ma questa esperienza è nota anche a uomini che non hanno conosciuto la fede: Socrate sente dentro di sé un daimon, un’ istanza che lo spinge e non lo lascia in preda alla dispersione dell’attimo, in balia delle circostanze: lo guida sulla strada buona, verso la sua realizzazione. Fosse anche, come sarà, una condanna ingiusta.

Insomma la vita non è un accumulo sganciato di attimi, una storia Instagram dietro l’altra, ma nasconde un ordine, un’unità narrativa capace di riempirla di senso. La buona causa non è quella che rintracciamo rimontando a ritroso gli eventi passati, ma è la destinazione, è l’ oltre: il fine spiega gli effetti. Per costruire il proprio presente c’è bisogno dell’avvenire, di una causa finale per dirla con Aristotele e Tommaso. E’ dalle conclusioni che tessiamo la nostra trama; dal disegno iniziamo a comporre il nostro puzzle. Siamo come frecce che fendono verso il bersaglio. Tuttavia la nostra vocazione non è ne’ la freccia, ne’ il bersaglio. E’ quella punta che, ultima a uscire dalla faretra, fende l’aria e penetra le resistenze. E’ quel mezzo irresistibile che ci lancia inesorabile verso il nostro fine.

Roberto

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