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IL GUSTO


Nella seconda metà dell’800, il filosofo tedesco Ludwig Andreas Feuerbach coniava il celebre motto: “l’uomo è ciò che mangia”. Seppur in una visione riduttiva, tipica del pensiero ateo, questo aforisma ci da la percezione di quanto sia importante la dimensione nutritiva e gustativa dell’uomo.

Già le nostre origini, come ce le presenta la versione biblica, furono compromesse da un boccone sciagurato, furtivamente sottratto all’albero proibito.

Fin dall’inizio, le vicende dell’uomo si intrecciano con il suo palato, le sue scelte con i suoi gusti, la sua anima con la sua pancia.


Il legame forte, inscindibile tra l’uomo e il cibo oltre ad avere un fortissimo richiamo simbolico, ha altresì un intrinseco valore esistenziale.

Il senso del gusto è legato al nostro rapporto con la vita, con l’esigenza di nutrirci, di sopravvivere; ma è anche legato con l’oralità, il gusto di parlare, di baciare: abbraccia la nostra dimensione biologica, ma anche la nostra dimensione affettiva.


Nel mangiare noi assaporiamo la vita, diamo il nostro consenso al creato, a Dio stesso: “è buono!” diciamo, riprendendo le parole compiaciute di Dio durante la creazione.

Nel culto cristiano, il cibo eucaristico, è realmente il compimento di un assenso, riferito all’intera realtà e all’esistenza, che si esprime nella lode, nell’esaltazione, nel ringraziamento.

Al contrario, quando esprimiamo il nostro dissenso alla vita, pervertiamo di conseguenza il nostro rapporto con il cibo: il bambino arrabbiato con la mamma punta i piedi e non vuole mangiare, la ragazza delusa dal proprio corpo rifiuta il cibo, l’uomo frustrato lo divora avidamente.


Nel celebre romanzo “Delitto e castigo” di Dostoevskij, il protagonista, Roskol’nikov dopo essersi macchiato di un omicidio efferato e aver espresso il suo rifiuto al mondo perde il gusto del buon cibo, si rifiuta di mangiare, perde l’appetito: il mondo non gli piace più, quel che gli offre non è più allettante, è amaro!

Il suo gusto rifiuta ciò che la sua anima ha già allontanato, vale a dire Dio e la bontà del creato: “A dispetto del recente e momentaneo desiderio di una qualsiasi forma di contatto con gli altri uomini, alla prima parola rivolta direttamente a lui, all'improvviso avvertì il solito, spiacevole e irascibile sentimento di repulsione nei confronti di qualsiasi individuo estraneo che lo sfiorasse o che anche solo tentasse di farlo”.

Quando salta il banco della vita, salta anche il banchetto con le pietanze: il piatto e l’anima marciscono insieme.


Il digiuno, infatti, ha proprio questo scopo: affinare il gusto.

Chi digiuna allena il suo palato, chi si ingozza lo assuefà. L’uno lo esalta, l’altro lo atrofizza.

Il disilluso mortifica il suo gusto stordendosi, il santo lo esalta educandosi.

Oscar Wilde lo esprime bene- seppur nella sua versione spiccatamente edonistica- nel Ritratto di Dorian Gray: “E’ una magra consolazione sentirsi dire che l’uomo che ci ha offerto un cattivo pranzo, o un vino scadente, ha una vita privata irreprensibile. Nemmeno le virtù cardinali bastano a fare ammenda di un primo piatto diventato freddo”.


Il gusto tra l’altro è l’unico dei sensi che “implichi una trasformazione della materia, una comunione fisica con la natura, l’unico che ci faccia percepire quanto la nostra vita sia parte di un ciclo fatto di linfa, sangue, umore, energia, morte e rinascita”. E’ la magia dell’assimilazione: il pasto entra a far parte di me, scorre nelle mie vene, viene metabolizzato.

Anche per questo il vocabolario del gusto è tradizionalmente usato nella spiritualità cristiana per descrivere quella particolare esperienza interiore, profonda, intima che ci da accesso a una conoscenza di Dio esperienziale, interna, viscerale.


San Tommaso lo esprime commentando il Salmo 36,9 “si saziano all’abbondanza della tua casa: tu li disseti al torrente delle tue delizie”.

E’ l’esperienza della contemplazione: di un gusto che si sazia del sublime, di una fame che si quieta solo di fronte al traboccare del divino.


E' l’esperienza gustosa di Dio: un pancia a pancia!

Roberto



PER APPROFONDIRE IL SENSO DEL GUSTO:

Josè Noriega, Enigmi del piacere, EDB


PER QUANTO RIGURDA IL CULTO:

· In prospettiva filosofica:

Josef Pieper, Sintonia con il mondo, una teoria sulla festa, Cantagalli

· In prospettiva sacramentale:

Cantalamessa, L’Eucarestia nostra santificazione, Ancora


SUL VIZIO DELLA GOLA:

Enzo Bianchi, Ingordigia, il rapporto deformato con il cibo, San Paolo

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