Essere ed esserci

In questo momento vivo quasi una sensazione di deja vù. Rileggendo le parole del Papa, in particolare sul tema del digitale, torno indietro a quelle considerazioni che anche tra noi abbiamo fatto quando ci è venuta l'idea di aprire questo blog.

"Il digitale è un mondo che è necessario abitare". "Dobbiamo però preferire relazioni reali". "Un primo annuncio oggi deve passare per i canali social". Insomma, cose di questo genere.

E, a maggior ragione, queste domande hanno un senso più profondo quando se le pongono le generazioni di "nativi digitali" (nati dopo il 1985", ndr), piuttosto che quelle di "immigrati digitali", senza nulla togliere a Papa Francesco.

Anche i seminaristi, insomma, vivono e frequentano gli ambienti più "in" dell'altro lato degli schermi, nella maggior parte dei casi più per "necessità" che per puro divertimento, ma non senza tenere d'occhio i punti di grande criticità e di possibile rottura. 

Come tanti nostri coetanei, riconosciamo che la nuova fragilità del tempo che viviamo è nascosta all'ombra di una tastiera: «Le relazioni on line possono diventare disumane, [... ] ci rendono ciechi alla fragilità dell'altro e ci impediscono l'introspezione: [... ] la tecnologia usata in questo modo crea una ingannevole realtà parallela che ignora la dignità umana» (n.90). «È tale il bombardamento che ci seduce che, se siamo troppo soli, facilmente perdiamo il senso della realtà, la chiarezza interiore, e soccombiamo» (n.110).

A noi però piace vedere il bicchiere mezzo pieno, non però per un quasi superstizioso ottimismo: come è vera ogni singola parola di critica sul mondo digitale, bisogna «non dimenticare che ci sono giovani che anche in questi ambiti sono creativi e a volte geniali» (n.104), uomini e donne che con la loro gioia e simpatia ci ricordano valori, bellezza, e anche il Vangelo.

Rinnovando ancora una volta, in chiave sempre nuova, l'invito di Gesù: perché essere testimoni «fino ai confini della terra», in fondo, vale anche qui!



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