CASA DOLCE CASA

“Bello di fama e di sventura | Baciò la sua petrosa Itaca Ulisse”. (Ugo Foscolo)


L’Odissea è un caposaldo della letteratura Occidentale, un capolavoro avvincente circa le avventure dell’uomo dal “multiforme ingegno”: Ulisse.

Le vicende che lo riguardano sono incomprensibili per l’uomo moderno: Ulisse usa il suo ingegno, affronta pericolose avventure, affina un’astuzia sottile…per rientrare a casa! La sua odissea errante è, in realtà, il tentativo di solcare, nuovamente, le soglie del proprio “appartamento”.

Sembra, quasi, il movimento opposto alla nostra prassi: architettare una sofisticata tattica pur di non rientrare tra le mura domestiche. Lui è un pellegrino, noi dei latitati; lui ha di mira il rientro, noi la fuga.


Anche la vita di Gesù, è fondamentalmente una vicenda domestica, così come quella dei suoi discepoli che dopo sua ascensione al cielo si riunisco in un cenacolo (che sarebbe la stanza superiore di una casa).

Nel vangelo di Luca è raccontato l’episodio, notissimo, della visita a Marta e Maria, un’irruzione improvvisa che scatena due possibili effetti: è da qui che si sviluppa tutta la riflessione della Chiesa riguardo la vita contemplativa e la vita attiva (ribaltata maldestramente dalla riforma protestante). Resta il fatto che Gesù predilige incontri domestici, è lui a varcare le soglie delle nostre cose, come quella di Zaccheo, del centurione e cosi via.


Le vicende della Chiesa continuano ad essere prevalentemente vicende domestiche per qualche secolo, la domus infatti è il luogo nel quale si celebra il culto, un culto prevalentemente domestico. Con l’editto di Costantino (313 d.C) e la successiva emancipazione della fede cristiana, si è passati dalle pareti ruvide delle case, ai marmi lisci delle cattedrali; i primi mosaici non erano quelli maestosi della chiesa imperiale, ma erano le manate appiccicose calcate sui muri da qualche marmocchio iperattivo che frizzava dentro casa; non esisteva il coro, ma la voce soffocante della suocera e al posto dell’incenso, saliva al cielo l’odore inconfondibile delle pantofole.

Il matrimonio stesso- a rigor di termini- non è l’istituzione di una famiglia, ma di una “piccola chiesa domestica”.

Insomma, la dimensione casalinga della nostra fede, oltre ad avere un valore storico, ha anche un valore propriamente teologico e sacramentale che questa epidemia ci obbliga a riscoprire.

E’ la casa, infatti, prima ancora del culto, a costruire la nostra identità. L’uomo che ha perso casa, come Ulisse, ha perso anche se stesso.

C’è un dramma peggiore che rimanere a casa…ed è quello di perderla, di non trovarla più. Smarrirsi senza più ritrovarsi.


Nell’attuale società della prestazione, non siamo più abituati a vivere un tempo improduttivo, quale è quello domestico: inseriti nel circolo della produzione- in un vortice iperattivo di lavoro- giriamo a velocità vertiginose con il rischio di perdere il nostro focolare. Esercitiamo una forte pressione verso noi stessi, uno sfruttamento violento: “più produci più vali”, questo è lo slogan, spesso inconscio, che orienta la nostra attività.

Nella tradizione cristiana questo dinamica, assai conosciuta, prende il nome di accidia: è il vizio della dispersione. Spesso viene confuso con l’apatia, in realtà è inquietudine. Non è la mollezza di chi non ha voglia di fare niente, ma l’agitazione di chi di non fa mai abbastanza. E’ il vizio della quantità, dell’accumulo spasmodico di attività slegato da ogni prospettiva qualitativa, vale a dire, contemplativa.

Lo descrive bene Charles Boudelaire nei suoi Diari intimi: “ Si deve lavorare, se non per volontà di lavorare, almeno per disperazione. Tutto, infatti, proviene da questa verità ultima: il lavoro è meno tedioso del piacere”.


La casa, invece, di per se è il luogo nel quale potersi intrattenere nella noia profonda, nell’immersione contemplativa, per ritrovare quella dimensione pienamente umana e intrattenersi con se stessi, indugiare, guadagnare in profondità. In una parola: raccogliersi.

Nietzsche- non di certo un fervente cattolico- diceva che: “Per mancanza di calma la nostra società sbocca in una nuova barbarie. In nessun epoca si attribuì maggior valore agli attivi, cioè ai senza riposo. E’ dunque una delle necessarie correzioni che si devono apportare al carattere dell’umanità quella di rafforzare in larga misura l’elemento contemplativo” (F. Nietzche, Umano troppo umano).

Lo stesso san Agostino distingue il tempo libero (otium)dall’inattività passiva: “Nell’ozio non deve allettare l’inetta assenza di impegni, ma la ricerca e il raggiungimento della vertià” (Agostino, La città di Dio). Al “lodevole impegno nell’ozio” appartiene “l’attitudine di conoscere la verità”. E’ una conquista anche della psicologica sperimentale: la creatività dei bambini- per esempio- si struttura quando si hanno ampi spazi di noia.


Insomma, in questi giorni di quarantena, in cui la nostra casa sembra essere simile a una prigione, abbiamo l’occasione- una volta tanto- di concederci una tregua. Non dal lavoro, ma dal frenetico e sistematico sfruttamento che riserviamo a noi stessi.

Per ritrovare quel raccoglimento, quell’indugiare contemplativo che è possibile solo nella quiete, nella noia, in quel tempo sganciato da ogni pretesa di efficienza.

E’ l’occasione di accedere alla verità, toccare noi stessi e infine anche Dio, per ritrovarlo in quella dimensione domestica senza la quale la nostra vita parrocchiale è l’ennesima, infruttuosa, fuga.

Roberto



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